Video vergognoso

13 Giugno 2008 |  Tagged , | 40 Commenti

Signore fatevi un esame di coscienza(non sono neanche più di moda).Come potete indossare qualcosa di simile dopo aver visto ciò.


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Commenti



40 Commenti

  1.    anita on 13 Giugno 2008 11:37

    Quando ero giovane anche io non essendo a conoscenza della provenienza di tali capi li indossavo.Mentre adesso faccio parte di una associazione di Animali,ti mandero l’e-mail per il contatto vediamo cosa si potrà fare insieme per combattere tali atrocità se ti va.Ciao

  2.    Pirandello on 25 Giugno 2008 01:58

    PIRANDELLO

    Sul piano letterario l’umorismo diviene forma poetica con Luigi Pirandello. L’autore infatti fra il 1904 e il 1908 elaborò la Poetica dell’Umorismo, scrivendo su tale teoria un trattato: “Umorismo”.

    Secondo Pirandello l’uomo da sempre vive in un mondo privo di senso, nel quale tuttavia si crea una serie di auto-inganni e di illusioni che cercano di dare un senso alla realtà.

    Pirandello sostiene il Relativismo conoscitivo, ovvero: con l’affermazione della teoria copernicana, è stata introdotta l’inevitabile percezione della relatività di ogni fede, valore, ideologia, che lui chiama Auto-inganni . Inoltre la conoscenza sarebbe relativa in quanto ogni uomo possiede un proprio punto di vista che gli farà cogliere in modo personale la realtà circostante.

    L’autore distingue infatti la VITA dalla FORMA, che tra loro si trovano in contrasto:

    FORMA: auto-inganni individuali e sociali (dati dal fatto che ogni individuo possiede una prospettiva personale) che bloccano la spinta delle pulsioni vitali, le quali ci porterebbero a vivere fuori da ogni regola sociale e civile. Perciò essa cristallizza e paralizza la:

    VITA: forza oscura e profonda che sta sotto la forma e che riesce ad emergere solo in momenti di malattia o nel sogno, ovvero ogniqualvolta non siamo coinvolti nel meccanismo dell’esistenza (Freud direbbe, quando non agisce il Super-io).

    Il soggetto perciò, costretto a vivere nella forma, non è più una persona integra, armonica fra desideri e ragione; ma si riduca ad una Maschera che recita la parte che la società si aspetta che lui esegua e che egli stesso si impone attraverso i propri ideali morali.

    L’uomo a questo punto si trova davanti ad una scelta:

    o Vivere nell’ipocrisia e nell’adeguamento passivo alla forma,

    o Vivere consapevolmente e autoironicamente la scissione tra vita e forma.

    In tale seconda opzione la riflessione è costante, mettendo una certa distanza fra il soggetto e i propri gesti; la persona impara a guardarsi vivere e a compatire se stesso e gli altri con un distacco riflessivo, amaro pietoso, ironico, in una parola, umoristico.

    Pirandello fa inoltre una distinzione fra il comico e l’umorismo:

    COMICO: è assente di riflessione perché nasce dal semplice avvertimento del contrario che provoca il riso;

    UMORISMO: sentimento del contrario che nasce dalla riflessione, ovvero si riflette sulle condizioni per cui una persona o una situazione sono il contrario di come dovrebbero essere; al riso subentra così il sentimento amaro della pietà.

    L’umorismo aiuta a cogliere gli elementi contraddittori del reale e la presenza di infinite sfaccettature. È perciò, secondo Pirandello un atto di conoscenza che si realizza proprio nel cogliere le contraddizioni.

    BERGSON

    Un’idea antica: il riso ha una funzione sociale. Nelle pagine di questo suo libro, Bergson muove innanzitutto da una constatazione di natura generale: se il riso è un gesto che appartiene a pieno titolo al comportamento umano, allora deve essere lecito domandarsi qual è il fine che lo anima. Ora, per comprendere il fine cui mira un comportamento si deve in primo luogo far luce sulle occasioni in cui accade. E per Bergson vi sono almeno tre punti che debbono essere a questo proposito sottolineati:

    1. “Non vi è nulla di comico al di fuori di ciò che è propriamente umano” (ivi, p.4). Questa affermazione può lasciarci di primo acchito perplessi: si può ridere infatti anche di un cappello o di un burattino di legno. E tuttavia, se non ci si ferma a questa constatazione in sé ovvia, si deve riconoscere che in questi casi il rimando a ciò che è umano gioca un ruolo prevalente e comunque ineliminabile: di un cappello ridiamo perché vi vediamo espresso un qualche capriccio estetico dell’uomo, così come nella marionetta l’immaginazione scorge i gesti impacciati di un uomo sgraziato. Alla massima antica secondo la quale l’uomo È l’animale che ride si deve affiancarne dunque una moderna: l’uomo È un animale che fa ridere.

    2. Il riso scaturisce solo di fronte a ciò che appartiene direttamente o indirettamente all’ambito propriamente umano; perché possa tuttavia scaturire è necessario che chi ride non si lasci coinvolgere emotivamente dalla scena che lo diverte. Per ridere di una piccola disgrazia altrui dobbiamo far tacere per un attimo la pietà e la simpatia, e porci come semplici spettatori o – per esprimerci come Bergson – come intelligenze pure: “il comico esige dunque, per produrre tutto il suo effetto, qualcosa come un’anestesia momentanea del cuore” (ivi, pp. 5-6).

    3. Il riso – abbiamo osservato – chiede una sorta di sospensione del legame di simpatia che ci lega a colui di cui ridiamo. E tuttavia tutti sappiamo che il riso È un’esperienza corale: ridiamo meglio quando siamo insieme ad altri, ed il riso È spesso il cemento che tiene unito un gruppo di persone. “Il riso, – commenta Bergson – [...] cela sempre un pensiero nascosto di intesa, direi quasi di complicità, con altre persone che ridono, reali o immaginarie che siano” (ivi, p.6).

    Non è difficile scorgere la nota che accomuna queste tre osservazioni generali: il riso sembra essere strettamente connesso con la vita sociale dell’uomo, con il suo essere un animale sociale. Possiamo allora – seguendo Bergson – far convergere i tre punti su cui abbiamo dianzi richiamato l’attenzione in un’unica tesi, che getta appunto la sua luce sul quando del riso: “Il “comico” nasce quando uomini riuniti in un gruppo dirigono l’attenzione su uno di loro, facendo tacere la loro sensibilità, ed esercitando solo la loro intelligenza” (ivi, p.7). E se le cose stanno così, se il riso come comportamento umano sorge nella vita associata, allora si può supporre che esso risponda a determinate esigenze della vita sociale.

    3. Il riso ed il diavolo a molla. Per far luce sul motivo che ci spinge a ridere non basta indicare quando ridiamo: occorre riflettere anche su ciò di cui ridiamo. Orientarsi in questa seconda parte delle analisi vuol dire innanzitutto lasciarsi guidare dagli esempi, e tra questi uno gode di una posizione privilegiata proprio per la sua estrema semplicità: il gioco del diavolo a molla. “Noi tutti abbiamo giocato [...] col diavolo che esce dalla sua scatola. Lo si schiaccia ed ecco si raddrizza; lo si ricaccia più in basso ed esso rimbalza più in alto, lo si scaccia sotto il coperchio ed esso fa saltare tutto” (p. 46) scrive Bergson, e propone subito dopo un’osservazione che ci spiega perché un simile gioco possa far ridere un bambino: “E’ il conflitto di due ostinazioni, di cui l’una puramente meccanica finisce ordinariamente per cedere all’altra, che se ne prende gioco” (ivi, p. 47). Del diavolo ci fa ridere la cieca ostinazione, il suo “saltar su” come una molla: È dunque il comportamento rigidamente meccanico di ciò che pure nel gioco vale come un essere dotato di un’autonoma volontà a far ridere il bambino.

    Un comportamento rigidamente meccanico applicato a ciò che è (o immaginiamo che sia) vivente: su questa tesi dobbiamo riflettere perché per Bergson circoscrive in modo sufficientemente preciso l’ambito del comico.

    Molti esempi di comicità possono esserle immediatamente ricondotti: una marionetta ci fa ridere perché i suoi gesti sono rigidi e meccanici, ed è per questa stessa ragione che ci sembra ridicolo chi – giunto in fondo alle scale – tenta di scendere anche da un ultimo inesistente gradino, con un gesto goffo che non è motivato da un fine reale, ma solo dal meccanismo acquisito della discesa. Altri invece ci costringono a disporci nella prospettiva propria dell’immaginazione che con le definizioni non procede con la stessa metodica precisione dell’intelletto: così, non dobbiamo stupirci se il topos della meccanicità si estende per l’immaginazione fino a coprire campi che non sembrano in senso stretto spettarle. Per l’immaginazione una macchina È innanzitutto ripetitiva: di qui la comicità che sorge dalla ripetizione dei gesti, delle azioni, dei pensieri. “Due volti simili, ciascuno dei quali preso isolatamente non fa ridere, presi insieme fanno ridere per la loro somiglianza” – diceva Pascal, e tutti sappiamo come un tic fisico o intellettuale (una frase, sempre la stessa, ripetuta troppo di sovente) sia causa di ilarità. Ma un meccanismo non è solo ripetizione: è anche – a dispetto del movimento – staticità. Una macchina è inchiodata alla sua funzione: così, chi voglia fare una caricatura, saprà farci ridere solo a patto di ritrarre nel volto una piega espressiva solidificata in un tratto stabile della fisionomia, un’espressione cui la macchina dei lineamenti non sa più sottrarsi. Nell’immagine della macchina si cela infine anche l’idea dell’ostinazione cieca, del movimento che non sa più aderire al presente, ma segue una regola tanto fissa quanto sorda alle esigenze del momento. Basta dunque che questa immagine si sovrapponga alla vita umana perché il riso si faccia avanti. Una simile sovrapposizione si ha per esempio

    quando l’anima ci si mostrerà contrariata dai bisogni del corpo – da un lato la personalità morale con la sua energia intelligentemente variata, dall’altra il corpo stupidamente monotono interrompente sempre ogni cosa con la sua esigenza di macchina. Quanto più queste esigenze del corpo saranno meschine ed uniformemente ripetute, tanto più l’effetto sarà vivo.

    Non è dunque un caso – commenta Bergson – se i personaggi tragici debbono tenersi lontani da gesti che tradiscano le esigenze della corporeità, mentre il commediografo potrà senz’altro ottenere il riso del pubblico rappresentando i suoi personaggi comici in preda a un malanno o ad un fastidioso

    33 minuti fa

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